I tappeti della guerra

TORINO: A Palazzo Lascaris il 13 settembre verrà inaugurata la mostra “Dall’Afghanistan all’Italia. I tappeti della guerra russo-afghana. 1979-1988” in cui saranno esposti esemplari realizzati durante l’invasione sovietica del 1979. Ospitata nella Galleria Carla Spagnuolo, sarà visitabile fino al 5 ottobre.

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A ogni uomo che nasce Dio dona un cuore bianco. Alcuni sono più fortunati e nascono in un ambiente favorevole. Chi nasce in Afghanistan non è così fortunato: da più di trent’anni il mio Paese è la patria della violenza. Il cuore bianco di chi nasce in Afghanistan diventa subito nero di violenza.
Per la mia generazione la realtà era quella che si vede rappresentata in questi tappeti: armi, elicotteri, cacciabombardieri, carri armati. Noi bambini crescevamo in un abiente in cui queste cose erano la normalità quotidiana. Ed erano desiderabili: possedere le armi e usarle era una cosa da eroi. Perché il popolo afghano si era ribellato alla dominiazione straniera e aveva cacciato i sovietici: era stata la forza e l’unità di tutto il popolo raccolto intorno ai suoi eroi che aveva cacciato la potenza straniera. Noi bambini degli anni ’80 e ’90 giocavamo a fare gli eroi e giocavamo sempre con le armi, con i proiettili, vedevamo passare i carri armati e ammiravamo la loro potenza. In seguito i fondamentalisti hanno approfittato di questa situazione per inculcare nelle menti dei bambini il desiderio della violenza.
Questi tappeti sono decorati con i disegni che facevamo noi bambini: sono disegni infantili, di chi non ha istruzione, perché la maggior parte dei bambini afghani non va a scuola. Se date una matita a un bambino ignorante e gli chiedete di disegnare qualcosa, lui disegnerà quello che vede normalmente intorno a sé e vi mostrerà entusiasta il suo disegno. Un bambino nato in un paese pacifico disegnerà i fiori, gli alberi, il sole, tutte le cose belle che lo circondano. Un bambino nato nella guerra disegnerà gli strumenti della guerra.
Tutto questo mi fa pensare che la guerra non è santa; santo è ciò che ciò che gode della bellezza e dona amore, perché questo è Dio: amore e bellezza. Il mio più grande desiderio è vedere un Afghanistan in cui i bambini non disegnano più i carri armati, ma l’amore di Dio.

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La guerra non è santa

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In ogni uomo sempre c’è il desiderio di qualcosa di più grande. Questo desiderio è il motore di tutto quello che l’uomo fa; più è grande il desiderio più è potente il motore. Il desiderio si alimenta dei traguardi che raggiunge e non smette di crescere fino a quando non trova qualcosa che lo riempie totalmente. Se prestiamo attenzione a noi stessi, è un’esperienza che facciamo quotidianamente: il vuoto, l’insoddisfazione, l’ansia di raggiungere un risultato, l’appagamento per averlo raggiunto e poi di nuovo il disagio di non avere abbastanza. Oppure la delusione per non aver ottenuto ciò che desideriamo e un’ansia ancora maggiore.

Questa forza che muove il cuore dell’uomo è la stessa che muove la Storia. Quando il desiderio di un uomo e una donna si convoglia nella stessa direzione nascono le famiglie e quando si unisce il desiderio di molti nascono i popoli. Quando il desiderio delle famiglie e dei popoli entra in conflitto nascono le guerre.

Tra tutti i desideri che l’uomo cerca di realizzare ce n’è uno che è più potente di tutti perché è incolmabile: il desiderio di qualcosa che vada al di là della vita materiale, diciamo il sentimento religioso. L’Occidente crede di essere riuscito a sopprimerlo con le conquiste della scienza e della tecnica e con l’avanzamento della conoscenza, ma è sempre più evidente che si tratta di un’illusione. Se le guerre hanno origine dagli interessi economici e di potere di pochi, esse però si alimentano dell’energia di molti che vengono persuasi a sacrificarsi non per interessi economici di altri, ma per il desiderio di assoluto che c’è in loro stessi. Così vengono reclutati i combattenti “jihadisti”, così vengono formati i futuri attentatori suicidi, in Occidente come in Oriente: con la promessa di un “paradiso”. Perciò, mentre non esistono (almeno in questo periodo storico) guerre di religione, le più sanguinose guerre di interesse si mantengono accese attraverso l’utilizzo del sentimento religioso.

Queste non sono guerre che si estinguono con la vittoria del più forte, perché il più forte non ha interesse a vincere, ma a continuare ad alimentare la guerra: lo stiamo vedendo per esempio in questo momento in Siria. Allora se qualcuno ha interesse a estinguere la guerra deve provare un’altra strada e la strada da provare è quella del dialogo religioso. Se la religione viene emarginata e resa estranea alla vita della società, finisce per chiudersi e diventare fondamentalismo. Così alla fine rientra nella vita della società sotto forma di violenza. Invece il dialogo, come insegna Papa Francesco dandone l’esempio, apre alla conoscenza reciproca e alla conoscenza di se stessi, dando così all’uomo la consapevolezza del proprio sentimento religioso. La consapevolezza è la chiave per resistere alla strumentalizzazione. Ci vuole più religione, non meno, per comprendere che la guerra non è mai santa.

Matrimonio e identità

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Mio padre era sempre fuori casa. La guerra, la politica, gli affari lo tenevano lontano per giorni, a volte per mesi; nei tempi più duri anche per anni. Mia madre l’ha sempre servito fedelmente; ha governato la casa, allevato sei figli, è sempre stata pronta ad accogliere il marito di ritorno da qualche missione e a trattarlo come se fosse stato sempre presente. Quando sono stato abbastanza grande da accorgermi che c’era qualcosa di straordinario in questo atteggiamento di mia madre, gliel’ho chiesto: «Mamma, ma come fai a sopportare che mio padre ti lascia sempre sola?» La sua risposta è stata semplice e immediata: «Il matrimonio è fatto per durare nonostante tutto; che le cose vadano bene o che vadano male, ho preso questo impegno con un giuramento che non può essere annullato». Alla mente di un ragazzo musulmano che non ha mai avuto contatti con il “resto del mondo” questa risposta suona pienamente soddisfacente. Ma quando la situazione viene letta alla luce della moderna cultura occidentale sorgono dubbi e domande: non è un’ingiusta sottomissione quella a cui mia madre si è piegata? Non è egoismo maschilista l’atteggiamento di mio padre? Non è rinuncia alla libertà legarsi a delle regole dettate dall’autorità civile e religiosa?

A mio parere la società moderna occidentale è affetta da una grave malattia: la perdita dell’identità. Identità è sapere chi sono e che cosa sto a fare al mondo: una società fatta di individui che non sanno più chi sono e che cosa stanno a fare al mondo è mortalmente malata. Quando io stesso ho iniziato a cercare la mia identità mi sono reso conto che avevo bisogno prima di tutto di un punto da cui partire e l’ho cercato nell’Islam, dove si trovano le mie radici. Mi sono così reso conto che c’è un legame strettissimo tra identità e religione. Si potrebbe dire che la mia identità è custodita dalla mia religione. La mia identità non coincide con la mia religione, ma senza di essa si disperderebbe come acqua in una palude: la religione come gli argini di un fiume custodisce il mio cammino umano verso la realizzazione di me stesso. Per questo una società che limita la libertà religiosa o addirittura intende eliminare la religione dalla vita della gente si condanna alla perdita dell’identità.

Mia mamma con la sua fedeltà al patto matrimoniale ha dimostrato di sapere bene chi è e che cosa sta a fare al mondo: ha dimostrato la sua forte identità di donna musulmana. La sua apparente sottomissione è stata la roccia sulla quale si è costruita la famiglia, la sicurezza alla quale mio padre e noi figli abbiamo sempre potuto appoggiarci. Lei sapeva che l’uomo che aveva sposato aveva dei compiti e delle responsabilità e che il suo proprio compito sarebbe stato sostenere la sua fatica, non di tenerlo legato a sé. Lei ha scelto liberamente di essere fedele anche a delle regole perché sapeva che il cuore a volte è debole e non è in grado da solo di sostenere tutte le difficoltà della vita.

L’esempio di mia mamma mi fa riflettere sul fatto che ridurre il valore del matrimonio e della famiglia è, insieme alla limitazione della libertà religiosa, il modo in cui la moderna società occidentale sta perdendo la propria identità. E rifletto anche sulle conseguenze: dove manca l’identità si aprono le porte al fondamentalismo.

La presenza di Dio

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«Io non sono credente». La ragazza si avvicina a me al termine di una mia conferenza, ha circa diciassette anni e l’aria di una a cui è crollata una certezza. «Ma non so che cosa mi costringe ad ascoltarti quando parli di Dio e a commuovermi».

«Non è vero che non sei credente. Tu sei credente più di me».

«Non è possibile. È la prima volta che qualcuno mi dice che io sono credente e io non lo sono, perché tu lo dici?»

«Si vede dagli occhi. Tu ti commuovi quando senti parlare di Dio e le lacrime che vorrebbero uscire dai tuoi occhi testimoniano che Dio è nel tuo cuore. La presenza di Dio nel tuo cuore ti fa commuovere quando incontri il bene. La presenza di Dio è nel bene, nella giustizia, nella verità in quello in cui credi profondamente».

La ragazza se ne va in silenzio e il silenzio che la accompagna è pieno della presenza di Dio.

Dio è amore

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Nel giorno in cui l’Occidente celebrava la memoria delle vittime del nazismo nella mia Kabul si è consumata l’ennesima tragedia, la terza di grandi dimensioni nell’ultima settimana. Per noi afghani la memoria della violenza non è un fatto del passato, ma una ferita sempre presente. Ogni giorno è un giorno di sangue che trascorre nell’indifferenza dei potenti e ignorato dalla maggioranza. E questo non accade solo in Afghanistan, ma in tanti Paesi dei quali nessuno si preoccupa di tentere desta la memoria.
Di fronte a tutta questa violenza esplodono nel cuore i sentimenti: rabbia, paura, sete di vendetta, disperazione, voglia di acambiare, rassegnazione, voglia di fuggire. Poi si affacciano alla mente tante domande: chi è l’artefice di questo orrore? Che cosa vuole ottenere? Perché se la prende con gente indifesa? Perché tutta la violenza sembra concentrarsi nello stesso punto? Perché la morte ha preso proprio quelle persone e non altre? Perché questa volta nessuno dei miei cari e altre volte sì? Perché non me? Posso io fare qualcosa per evitare tanto dolore? E dietro a tutte queste domande la domanda che spesso si sente ripetere: dov’è Dio? Se è così buono e potente, perché sta a guardare e non interviene? Per me la risposta a quest’ultima domanda è chiarissima. Perché se io devo dire una parola per descrivere Dio io dico: Amore.
Amore e violenza. Come possono stare insieme? Io che sono nato tutto immerso nella violenza sono testimone del fatto che in Dio non c’è violenza. La violenza viene dall’uomo. E l’amore di Dio per l’uomo è così forte e discreto che Egli non impedisce all’uomo di fare della propria vita ciò che vuole. La chiamiamo libertà. Il dono più grande che Dio abbia fatto agli uomini. Dio ha dato la libertà all’uomo perché l’uomo potesse provare a chi appartiene, come ci insegna il Santo Corano e come è scritto anche nella Bibbia: Satana, l’angelo ribelle, ha lanciato a Dio la sua sfida e Dio l’ha accettata; l’uomo che si avvicina a Dio appartiene a Lui e in lui il male non vince, l’uomo che si allontana da Dio appartiene a Satana e in lui è il male che cerca di conquistare tutte le creature.
Sono molto grato a Papa Francesco che oggi ha pregato in silenzio insieme ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro per le vittime della violenza in Afghanistan e per tutti coloro che nel mio paese continuano a lavorare per costruire la pace. Questa è la strada da percorrere: pregare Dio che mantenga nel suo amore coloro che gli appartengono, solo così potremo lavorare veramente perché il nemico non li strappi dal Suo Amore.

Scommettere sul cuore

Sarà stato il freddo pungente della notte invernale, il buio delle strade o la solitudine di un luogo mai visto con persone sconosciute, ma la prima impressione che ho avuto arrivando a Todi è stata un’estraneità. C’è sempre una scelta da fare di fronte all’estraneità: ritirarsi sulla difensiva o scommettere sul cuore.
Sono entrato nella biblioteca del liceo dove mi attendeva una platea di studenti con le facce un po’ indifferenti, forse annoiate perché è sabato mattina e non vedono l’ora di chiudere questa prima settimana di scuola del 2018. Scommettere sul cuore. Scommettere che quello che ha ridestato il mio cuore ridesterà anche il cuore di chi incontrerò. Perché il desiderio è lo stesso.
Così ho visto ancora compiersi il miracolo: i volti che ho di fronte si illuminano e il silenzio si fa denso di commozione mentre le parole mi escono dal cuore. Poi la sorpresa delle mille domande che nascono in quegli studenti che sembravano all’inizio così indifferenti e che ora sono parte di me, interessati alla mia storia, alla mia famiglia, soprattuto al mio percorso che mi ha portato a riconoscere, nelle vicende drammatiche e dolorose come in quelle serene, la presenza di Dio. Chi dice che Dio non può entrare nelle scuole? Sono in molti a dirlo, ma in verità con me è sempre entrato ed è stato il benvenuto.
Todi è entrata nel mio cuore perché ho scommesso sul suo. La bellezza delle sue architetture e delle opere d’arte, il fascino della sua storia, le persone che mi hanno accolto che da estranee sono diventate familiari. L’incontro con i cittadini convocati per riflettere sul tema dell’immigrazione è stata una bellissima occasione per porre domande vere, che servono a conoscere prima che a risolvere. Quando si inizia a conoscere si è già sulla buona strada per risovere. Solo se conosci il tuo cuore puoi scommettere sul cuore.